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Cover to Discover, il blog musicale di DarkAle e degli HQ: per parlare di musica e di stile, di tendenze e di controtendenze, per coinvincere gli scettici, per soddisfare i curiosi, per pensare con la voce alta della Rete, anche se silenziosamente, dietro la parola scritta, per rivelarci un po' di più mentre ci nascondiamo, per discutere e per metterci in discussione...

DarkAle

lunedì 22 agosto 2011

19082011028.mp4


Concerto degli HQ ad Asti, presso i Giardini Alfieri, il 19 agosto 2011: grazie a Fabrizio Borgio ora un pezzo di questo concerto (Widdershins Jig, degli Skyklad) è anche su youtube!

lunedì 15 agosto 2011

lou GIBOUS (cansoun nissarda)

Il Gobbo e Margherita


Margherita sedeva sotto un melo. Finalmente un pomeriggio tranquillo, da trascorrere in santa pace ad inseguire sogni e pensieri, come piaceva a lei e come non piaceva a sua madre, che proprio non capiva come si potesse sprecare ore in quel modo, con tutto quello che c’era da fare, in casa e fuori.
Quale cattiva sorte o destino avverso aveva voluto che lei fosse una ragazza del popolo! Perché lei non poteva essere come quelle belle damigelle di Caraglio, che andavano in giro per il mercato con i loro vestiti fruscianti e le loro belle promesse di matrimonio con seducenti mercanti, prodi cavalieri o eleganti signorotti proprietari di terre, quelle terre che tanto facevano faticare i suoi fratelli e tanto avevano fatto faticare il suo povero padre!
Margherita prendeva il fresco sotto il melo e prendeva le distanze da quella terra, almeno con la fantasia, fantasticando di un amore lontano, o un amore che l’avrebbe portata lontano. Margherita amava, infatti, viaggiare, viaggiava con la fantasia, per coprire la distanza che la separava dai propri sogni e viaggiava con la magia, per coprire la distanza che la separava dal padre, morto stecchito giù dalla forra dove finiva il pascolo delle sue pecore. Cornelia l'aveva accompagnata nel viaggio, l'aveva accompagnata da suo padre, perché la Cornelia sapeva parlare coi morti e sapeva vedere il destino; tutti lo sapevano giù in paese. Sotto il melo, guardando quelle mele rosse, mature e rotonde Margherita cedeva alla tentazione del desiderio, il desiderio di conoscenza, la tentazione irresistibile di conoscere il proprio destino d’amore e progettava di andare dalla Cornelia, l’indomani stesso, dopo il bucato, che la casa della maga era proprio al fondo del sentiero che si apriva dietro la buca dove le donne lavavano e strofinavano i panni grigi di liscivia.
Lascivia e liscivia avvolgevano morbidamente le sue ore e le sue mani... Margherita era talmente assorta in questi pensieri che inizialmente non si accorse come la rotondità della mela che stava distrattamente fissando e tenendo in mano di fronte al viso fosse stata pian piano ampliata e soppiantata da un’altra e meno dolce rotondità, un’asperità del corpo e non della pianta o del terreno, l’asperità del corpo del gobbo, la sinistra rotondità della gobba di Franchino, che Margherita tanto conosceva, quanto rifuggiva sin da bambina. Quella posa curva che rendeva obliquo persino lo sguardo, inclinato al suolo, al sottosuolo e dunque all’inferno, non solo urtava la sensibilità di Margherita, la sua naturale propensione verso l'alto e verso il bello, ma la facevano pensare a qualche oscura presenza maligna. Forse quella presenza si manifestava proprio nella gobba, quasi a voler da un lato fare del povero Franchino un proprio servitore umiliato e sottomesso, dall’altro dare un segno palese e inequivocabile del proprio vasto e devastante potere. Cornelia lo aveva sempre detto: “Il gobbo è il servo del diavolo!”.
Fatto sta che quella gobba a Margherita proprio non piaceva e quando la vide oscurare la bellezza del volto del giovane mercante che lei vedeva nella sua mela e che in quella fantasticheria già chiedeva la sua mano, ella fu colta da tale spavento e ribrezzo che si alzò in piedi di scatto facendo un balzo all’indietro, per trovarsi così bloccata contro l’albero, le spalle scoperte a raschiare contro la ruvida corteccia, come il suo intimo sorpreso a sollazzarsi in morbide fantasie sensuali si trovava a raschiare contro la ruvida realtà.
Franchino era abituato a tali manifestazioni di disprezzo e perfino paura, giacché da sempre accompagnavano la sua persona quando percorreva le strade del piccolo paese e incontrava gli occhi di quella “piccola” gente. Quale cattiva sorte o destino avverso aveva voluto che lui fosse un gobbo! Perché lui non poteva essere come quei seducenti mercanti, prodi cavalieri o eleganti signorotti proprietari di terre che potevano ardire a chiedere in sposa qualsiasi damigella avesse risvegliato il loro desiderio, o che potevano semplicemente passeggiare a testa alta fra le vie di Caraglio senza dover temere lo scherno della gente! Da sempre negli occhi di quella gente vedeva sguardi carichi di repulsione e fastidio, eppure da qualche tempo non tratteneva nei propri occhi sguardi carichi di passione per la bella Margherita, che veniva a riposare sotto il melo. Una volta di più non si trattenne e con uno sguardo non solo di passione, ma anche di sfida, si parò di fronte alla ragazza, saldo e diritto, per quanto gli era possibile, sulle proprie gambe, per proferire le fatidiche parole che da tempo ronzavano nella sua testa, fastidiose come i mosconi della stalla dove lavorava. “Margherita, se tu volessi, saresti la mia padrona…”.
Dopo aver proferito quelle audaci parole, Franchino stette immobile di fronte a Margherita, gli occhi fissi su di lei, con tutto il coraggio che era riuscito a raccogliere nel suo sguardo rivolto alla terra, la terra che tutti calpestavano come calpestavano lui, che faceva parte di quella terra.
Margherita, con la schiena ormai bruciante perché sempre più premuta contro la corteccia del melo, rimase sconcertata e, memore delle parole della maga Cornelia, spaventata a morte da siffatta dichiarazione, accompagnata poi da quello sguardo sinistro di sfida.
La ragazza rimestò nel crogiolo di emozioni tumultuose che ribolliva dentro di lei e, con un fiotto di calore che risalì facendo avvampare il suo pallido viso sino a che raggiunse il colore della mela che ora rotolava lungo il sentiero, estrasse dalla massa bollente chiusa nel suo petto le parole più crudeli che seppe trovare: “C’è una sola condizione al mondo perché io possa accettare una simile proposta da te, Franchino: devi tagliarti la gobba!”.
Franchino incassò il colpo e il coraggio che lo teneva eretto di fronte alla bellezza fatale di Margherita cominciò a sgretolarsi e man mano che crollava verso il basso, l'uomo si sentì sempre più vicino al suolo dove poteva essere calpestato, abbattuto, atterrito, e se ne andò via lungo il sentiero, più gobbo che mai, senza proferire altra parola.
Proseguendo con passo incerto lungo il sentiero che portava alla cascina del padrone, dove lui puliva la stalla in cambio di vitto e alloggio, la mestizia e il dolore cocente che Franchino sentiva dentro di sé si mescolarono all’umiliazione subita e accumulata in tanti anni di misera vita condotta in quel paesino sperduto, come sperduta era ora la sua anima per quel sentiero. L’anima sperduta di Franchino si avviava a diventare anima perduta proprio lungo quel cammino, allorché il misto di emozioni prese forma in un nero agglomerato di rabbia, collera, furia distruttiva: questa volta il Male era venuto a riscattare la sua anima e lui si sarebbe potuto liberare del suo fardello abbattendosi con violenza su tutto e su tutti, abbattendosi senza pietà con la scure sull’origine delle sue sofferenze, come faceva tutti i giorni con la legna del suo padrone, un pezzo dopo l’altro, con sforzo e accanimento, un’anima dopo l’altra, Margherita prima di tutti, con sollievo e sfinimento. Questo servizio, tuttavia, sarebbe andato a vantaggio di un nuovo padrone e lui si sarebbe trovato nuovamente umiliato, si sarebbe trovato a servizio del Male, dimostrando la verità di tutte le cattiverie e dicerie che circolavano sul suo conto.
Franchino non poteva permetterlo, perché la sua era una povera anima buona, sperduta, ma non ancora perduta, eppure incline all’obbedienza. Per questo decise di obbedire alla padrona del suo cuore, di obbedire alla bella Margherita: giunse di fronte alla stalla e al fienile che aveva imparato a considerare come la sua casa e con lo strumento di lavoro e di morte delle sue fantasie di rivalsa infierì su se stesso, si liberò del proprio fardello tagliandosi la gobba.
Purtroppo, il suo gesto di estremo sacrificio non diede l’esito immediato che aveva sperato: non sparì la gobba, non sparì la sofferenza, non sparì il Male, anzi un dolore lancinante incominciò a sgorgare dall’interno, dalle profondità della ferita e dell’animo, e a rifluire all’esterno insieme all’urlo disperato e al sangue che copioso ricopriva il suo corpo ormai prostrato al suolo, che accolse anche il suo ultimo sguardo.
Quella prostrazione cedette il passo alla resa, di fronte alla morte e di fronte alla lusinga della vendetta che il Male gli offriva per lenire il suo dolore. Fu così che l’anima buona di Franchino si perse e il gobbo in punto di morte cedette al Male: morì, ma poco prima di esalare l’ultimo respiro, una bocca che non riconosceva più e una voce che non era più la sua proferirono la maledizione che ora dopo anni è ancora sulla bocca di tutti.
L’unica a tacere è Margherita.
La ragazza dimenticò presto Franchino, come dimenticò il suo funerale e come dimenticò presto le sue fantasticherie all’ombra del melo. Anche lei cedette alle lusinghe del Male, alla tentazione del piacere reale e terreno, che si presentò nelle forme del corpulento figlio del macellaio, tant’è che il matrimonio dovette celebrarsi in fretta, prima che il ventre di Margherita potesse fornire la prova del suo cedimento. E allo scadere dei nove mesi la maledizione prese forma e la ragazza fu costretta a ricordare Franchino, poiché il figlio che partorì mostrò presto quel profilo che aveva voluto seppellire nella memoria: la gobba. Margherita provò ancora e ancora a liberarsi da quello spettro, ma tanto il secondo quanto il terzo figlio manifestarono la terribile conformazione fisica. La maledizione si era compiuta: tre figli gobbi. Questo era troppo da sopportare per lei: Margherita non cedette più alle lusinghe del piacere, dei sogni e delle speranze e si chiuse nel suo silenzio, più cupo del silenzio della tomba di Franchino.

mercoledì 15 giugno 2011

Arcade Fire - Rebellion (Lies)

In altre parole: Ribellione

Siamo giunti all'ultimo appuntamento dedicato agli Arcade Fire, alla loro musica e alle loro parole. Non a caso, quindi, ho riservato per l'occasione il brano con cui solitamente terminiamo i nostri concerti, uno dei pochi brani che canta la sottoscritta: Rebellion. Qui sotto il testo e la traduzione.

REBELLION (LIES)

Sleeping is giving in,
no matter what the time is.
Sleeping is giving in,
so lift those heavy eyelids.

People say that you'll die
faster than without water.
But we know it's just a lie,
scare your son, scare your daughter.

People say that your dreams
are the only things that save ya.
Come on baby in our dreams,
we can live on misbehavior.

Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Every time you close your eyes
Every time you close your eyes
Every time you close your eyes

People try and hide the night
underneath the covers.
People try and hide the light
underneath the covers.

Come on hide your lovers underneath the covers
come on hide your lovers
underneath the covers.

Hidin' from your brothers
underneath the covers,
come on hide your lovers
underneath the covers.

People say that you'll die
faster than without water,
but we know it's just a lie,
scare your son, scare your daughter,
Scare your son, scare your daughter.
Scare your son, scare your daughter.

Now here's the sun, it's alright!
(Lies, lies!)
Now here's the moon, it's alright!
(Lies, lies!)
Now here's the sun, it's alright!
(Lies, lies!)
Now here's the moon it's alright
(Lies, lies!)

Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!
Every time you close your eyes
Lies, lies!

Every time you close your eyes

Every time you close your eyes

Every time you close your eyes

Lies, lies!


RIBELLIONE

Dormire è come arrendersi
Qualunque ora sia
Dormire è come arrendersi
Aprite quelle palpebre pesanti

Dicono che si muoia
Più in fretta che senza l’acqua
Ma sappiamo che è solo una bugia
Per spaventarti, anima mia!

Dicono che i tuoi sogni
Siano l’unica cosa che ti può salvare
Dài, anima mia, nei nostri sogni
Possiamo anche comportarci male

Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie, bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie, bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie, bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie, bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi


La gente cerca di nascondere la notte
Sotto le coperte
La gente cerca di nascondere la luce
Sotto le coperte

Forza, nascondete i vostri amanti
Sotto le coperte
Forza, nascondete i vostri amanti
Sotto le coperte

Nascondendovi ai vostri simili
Sotto le coperte
Forza, nascondete i vostri amanti
Sotto le coperte

Dicono che si muoia
Più in fretta che senza l’acqua
Ma sappiamo che è solo una bugia
Per spaventarti, anima mia!
Per spaventarti, anima mia!
Per spaventarti, anima mia!

Ora, ecco il sole, va tutto bene!
Bugie! Bugie!
Ora, ecco la luna, va tutto bene!
Bugie! Bugie!
Ora, ecco il sole, va tutto bene!
Bugie! Bugie!
Ora, ecco la luna, va tutto bene!
Bugie! Bugie!

Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie! Bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie! Bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Bugie! Bugie!
Tutte le volte che chiudi gli occhi

Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi
Tutte le volte che chiudi gli occhi

Bugie! Bugie!

RIBELLIONE E RIVOLTA SILENZIOSA
Non dormire è normalmente considerato sintomo di iperattività, o irrequietezza, agitazione, o insonnia... Tuttavia, può essere anche visto come una forma di ribellione, che nasce nelle camerette dell'infanzia, quando i bambini si rifiutano di andare a nanna perché hanno ancora troppo da giocare, troppe cose da vedere, troppe cose da imparare. Continua ad essere una forma di ribellione nell'adolescenza, quando il fascino di accendere la notte spinge a trasgredire le regole familiari, spingere ad accendere la luce nella notte e continuare a leggere, a guardare la TV, ad ascoltare la propria musica, o a scrivere i propri pensieri, con l'emozione di cogliere ogni singolo istante di una vita che sembra infinita, che palpita di aspettativa in quella veglia notturna da guardiani di un mondo appena scoperto e che si ha quasi paura possa scomparire se si chiudono gli occhi, se si spegne la luce e ci si addormenta.
Dormire significa arrendersi, cedere alle regole di chi vuole solo spaventarci, dicendo che "senza sonno si muore prima che senz'acqua", come scrivono gli Arcade Fire. Tutte bugie; bugie per chiuderci gli occhi e impedirci di vedere, di vivere e di capire a fondo. Ecco allora che questa forma di ribellione può proseguire nell'età adulta, anzi, se intesa come metafora per la rivolta e la resistenza all'oscurantismo e alla superstizione, quella ribellione "deve" continuare. A questo punto, parole che sembrano scritte per bambini e ragazzi possono essere viste sotto una nuova luce, in cui assumono un nuovo potenziale sovversivo.
Dobbiamo senz'altro ribellarci di fronte a chi vuole chiuderci gli occhi, confinarci ad un sonno dettato dal timore, un torpore intellettuale che ci impedisce di vedere quale realtà ci circonda, di fronte a chi vuole sottometterci nell'ignoranza o nella cattiva informazione e addirittura nell'incoscienza e nella cecità.
Noi dobbiamo stare svegli, perchè ogni volta che (metaforicamente) chiudiamo gli occhi sono solo bugie, appena abbassiamo la guardia e le palpebre ciò che possiamo percepire è solo una realtà distorta, che inquina la nostra vita diurna e infrange i nostri sogni notturni. I sogni vanno concepiti e sviluppati da svegli, alimentati da ciò che si è imparato, visto e vissuto, non nello stato di incoscienza notturna, alimentato da minacce e paure; e attenzione: non devono diventare l'ultima ancora di salvezza di esseri alla deriva, l'estremo rifugio di chi fugge di fronte alla realtà. I pensieri della veglia e della consapevolezza sono concepiti come sogni e sono poi sviluppati come idee, progetti e creazioni.
Il gioco è fatto: il testo di una canzone del rock indipendente di questi ultimi anni si rivela piacevole vettore di un messaggio umanamente universale, ma che ben si adatta anche alla situazione storicamente particolare che stiamo osservando e vivendo. A buon intenditor...

martedì 21 dicembre 2010

In altre parole: Intervento

E' la volta di capire le parole e il contenuto di un altro pezzo indimenticabile degli Arcade Fire: Intervention. Si tratta di una cover piuttosto complicata, perché la drammaticità del contenuto, i riferimenti all'autorità ecclesiastica e all'imposizione religiosa presenti nel testo sono resi nell'originale dagli accordi dell'organo, strumento che ovviamente non rientra nella formazione degli HQ e la cui intensità è difficile rendere con gli effetti della tastiera. Abbiamo quindi preferito evitare e concentrarci sul rendere il pathos originale attraverso la melodia in continuo crescendo dei violini e della voce. Ecco le sue parole:

INTERVENTION

The king's taken back the throne
The useless seed is sown
When they say they're cutting off the phone
I'll tell 'em you're not home

No place to hide
You were fighting as a soldier on their side
You're still a soldier in your mind
Though nothing's on the line

You say it's money that we need
As if we're only mouths to feed
I know no matter what you say
There are some debts you'll never pay

Working for the church
While your family dies
You take what they give you
And you keep it inside
Every spark of friendship and love
Will die without a home
Hear the soldier groan, "We'll go at it alone"


I can taste the fear
Gonna lift me up and take me out of here
Don't wanna fight, don't wanna die
Just wanna hear you cry

Who's gonna throw the very first stone?
Oh! Who's gonna reset the bone?
Walking with your head in a sling
Wanna hear the soldier sing

Working for the Church
While my family dies
Your little baby sister's
Gonna lose her mind
Every spark of friendship and love
Will die without a home
Hear the soldier groan, "We'll go at it alone"


I can taste your fear
It's gonna lift you up and take you out of here
And the bone shall never heal
I care not if you kneel

We can't find you now
But they're gonna get their money back somehow
And when you finally disappear
We'll just say that you were never here

Been working for the church
While your life falls apart
Singing hallelujah with the fear in your heart
Every spark of friendship and love
Will die without a home
Hear the soldier groan, "We'll go at it alone"
Hear the soldier groan, "We'll go at it alone"


INTERVENTO

Il re si è ripreso il trono
L’inutile seme è gettato
Quando diranno che tolgono il telefono
Gli dirò che non sei a casa
Nessun posto dove nascondersi
Combattevi come soldato dalla loro parte
Sei ancora un soldato nella tua testa
Anche se in prima linea nulla resta
Dite che ci serve il denaro
Come fossimo solo bocche da sfamare
Io so, qualunque cosa diciate,
che ci sono alcuni debiti che mai pagherete
Lavori per la chiesa
Mentre la tua famiglia muore
Prendi quello che ti danno
e lo tieni dentro di te
Tutte le scintille d’amicizia e d’amore
si spegneranno senza dimora
Senti il lamento dei soldati: “Ci andiamo da soli!”
Sento il sapore della paura
Mi tirerà su e mi porterà via di qui
Non voglio combattere, non voglio morire
Voglio solo sentirvi piangere e gridare
Chi scaglierà la prima pietra?
Oh! Chi risistemerà le ossa
Voglio sentire i soldati cantare
Camminando con la testa fasciata
Lavoro per la chiesa
Mentre la mia famiglia muore
La tua sorellina
sta per impazzire
Tutte le scintille d’amicizia e d’amore
si spegneranno senza dimora
Senti il lamento dei soldati: “Ci andiamo da soli!”
Sento il sapore della paura
Vi tirerà su e vi porterà via di qui
Le ossa non guariranno mai
Non mi interessa se vi inginocchiate
Non riusciamo a trovarvi
Ma in qualche modo riavranno il loro denaro
E quando finalmente sarete spariti
Diremo solo che qui non siete mai stati
Lavori per la chiesa
Mentre perdi la tua vita
Cantando alleluia con la paura dentro
Tutte le scintille d’amicizia e d’amore
Si spegneranno senza dimora
Senti il lamento dei soldati: “Ci andiamo da soli!”
Senti il lamento dei soldati: “Ci andiamo da soli!”


L'inutile seme dell'odio è gettato: questo germe insito nell'animo umano è di nuovo proliferato, dando alla luce i suoi mostri; è tornato sul trono, Re Odio, dio delle guerre, sovrano degli uomini, dei loro pregiudizi e della loro sete di potere, dio degli uomini ciechi che combattono per ideali sterili, frutto della propria impotenza. Ignari di combattere contro se stessi, contro la propria natura, altri uomini come loro si schierano per l'intervento, vogliono "scendere in campo", sul campo di battaglia a combattere contro altri uomini che non capiscono, contro ciò che non capiscono, soldati di dio contro soldati di un altro dio, che rifiutano di guardare sulla superficie fredda e implacabile dello specchio, dove si delinea il riflesso della natura umana, unica, immutabile e ripetibile, nonostante gli dèi.
Vogliono intervenire, conquistare, penetrare nelle carni degli altri perché detestano e temono l'impotenza; ma l'intervento non fa altro che elevare all'estrema potenza l'impotenza: la mente si blocca, accecata dalla rabbia della guerra, assediata dai fantasmi del dopoguerra; il corpo si blocca per le ferite inferte; i rapporti umani, gli affetti si bloccano, paralizzati dalla paura e dal dolore. I soldati sono soli, le loro famiglie sono sole, perché i loro cari non torneranno, morti o morti viventi, assenti anche se presenti, e in quella solitudine, in quell'assenza si insinuerà la follia. Altro non può portare la follia più grande, l'assurdità del tutto umana di uccidere per volontà divina, la volontà di infliggere la morte in onore di dio, cantando alleluia e morendo di paura, di fronte a Dio, di cui temono il castigo e amano l'infallibilità, e di fronte all'uomo, di cui temono la colpa e odiano la fallibilità.